“La casa sull’altura” di Nino De Vita

[l]asciamo che le storie inciampino nella vita di tutti i giorni e si sbuccino, in santa pace, le ginocchia! Scrittura è anche divertimento, ma di sicuro è sempre sofferenza!  (Stoppa 2007, 163)

*Quest’articolo è tratto, in forma ridotta, dalla mia tesi di laurea, “Nino De Vita scrittore per ragazzi”.

Dopo “Il cacciatore” (2006) e “Il racconto del lombrico” (2008), Orecchio Acerbo continua la sua ricerca nelle storie in versi di Nino De Vita, pubblicando nel 2011 “La casa sull’altura“, assoluto capolavoro del poeta siciliano.

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“La casa sull’altura” fa parte, come “Il racconto del lombrico”, della raccolta in dialetto  “Cùntura” (2003). È uno dei racconti più enigmatici di De Vita, quasi una fiaba col suo essere sospeso in una dimensione atemporale e in un luogo, una casa abbandonata, che è tipico topos fiabesco. È la struggente storia di un ragazzo che fugge da qualcosa e trova riparo, insieme a curiosi animali, in una casetta dove farà esperienza dell’amicizia ma anche della solitudine e della tristezza di un’infanzia che lo ha definitivamente abbandonato. Siamo di fronte a un racconto molto triste in cui la tristezza non si percepisce subito ma dopo più letture.

Hanno tristezze i libri / che noi non possiamo / capire mai, un dolore / che lacera le carni (De Vita 2017).

Il racconto è diviso in più parti, cinque sezioni in cui l’autore si concentra su determinati elementi. Un narratore esterno descrive nell’incipit della prima parte un paesaggio selvatico, “un paesaggio di solitudine infinita” (Denti 2011, sp), con uno sguardo che parte da lontano per avvicinarsi gradualmente a un’altura fin dentro una casa abbandonata.

Era verde l’altura
di ulivi, fichidindia,
rovi ed erba selvatica,
macchie di lazzeruolo.
A un fianco dell’altura una casetta
abbandonata: il tetto
di legno e di tegole;
la camera, la cucina
e un buco di stanzino

Dopo la breve ma incisiva descrizione spaziale vengono presentati gli animali che nella casa hanno trovato “riparo”: c’è chi si ripara dal freddo invernale “e chi si impossessava / del doccione e delle tegole / e del fumaiolo per costruirvi / il nido; e c’era anche, c’era, chi andava / per giuoco o a curiosare”. Rifugio, nido, luogo di giochi curiosi. Non ci sembra azzardato pensare a questa casa come simbolo dell’infanzia. Il tono quieto e fiabesco di questi primi versi viene improvvisamente spezzato dalla descrizione dei soli animali che da sempre abitano la dimora: i ragni “che avevano tessuto / e tessuto ragnatele / in tutti gli angoli” e i tarli “che tenaci rodevano / e rodevano”. Soprattutto l’immagine dei tarli, che sarà importantissima nello sviluppo della trama, introduce nel racconto un elemento di disturbo: “un grattare, un raschiare / di unghie, un forare / – insomma uno scricchiolio – / dalle finestre e dalle porte, / da tutta la capriata”.

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La seconda parte si apre con l’arrivo di un ragazzo, descritto con pochi tratti fisici: “aveva una tredicina / di anni: una peluria / alle mascelle e i capelli / neri”. De Vita usa sempre poche, essenziali ma precise parole per farci vedere i suoi personaggi. Quello che più interessa al nostro poeta sono le azioni, i gesti soprattutto: “Affranto, intontito, guardava / intorno, come fosse, / così sembrava, uno che fuggiva”. Il ragazzo sembra spaventato, fugge da qualcosa o da qualcuno, ma l’enigma appena accennato qui non verrà mai risolto nel corso di una narrazione che andrà avanti con ulteriori ellissi. Molto bella la scena in cui il giovane entra nella casa. Sono solo tre versi ma dentro c’è una tensione, una suspence che un po’ ricorda le storie dell’orrore, tanto apprezzate dai lettori più giovani: “Posò la mano sulla maniglia / e spinse: si aprì / la porta, appena appena, / stridendo”. Al suo ingresso volano via spaventate una poiana e un fagiano e un topo si nasconde. Non è certo un luogo dei più confortevoli quello trovato dal ragazzo, pieno di polvere e quasi al buio: “Nebbia di polvere / in quella poca luce”.

Nelle due strofe successive, entrambe di cinque versi, De Vita, sempre rimanendo distaccato, esterno alla scena, con la solita precisione lessicale, descrive lo sconforto e la stanchezza di questo tredicenne e, anche se in modo molto velato, fa trasparire una compassione, un sentimento di affetto per il suo personaggio:

Il ragazzo chiuse
la porta, vi addossò
la schiena e abbandonò
il volto nelle
mani.

Scivolò, seduto, sui mattoni
smaltati; raccolse
le gambe, abbracciandole, e poggiò
la fronte sulle ginocchia
nude

Dice Benfante (2011, sp) su questi versi: il ragazzo “varca la soglia: uno stridore lo introduce al buio primordiale della tana. Qui si rannicchia […] quasi a voler regredire a una condizione prenatale”. Da notare l’uso insistito dell’enjambement, una delle peculiarità stilistiche di tutta l’opera devitiana, che nello spezzare il verso isola delle parole che assumono un alto valore semantico (le mani, le ginocchia nude).

Il ragazzo si sveglia all’alba, scatenando il “fuggi fuggi” di animali tra i più piccoli e insoliti: scarafaggi, zecche, vermi e pidocchi che “stavano silenziosi, / rispettosi, a guardare, / sentirlo respirare”. Uscito dal casolare guarda il cielo, l’altura e il mare in lontananza e si inoltra “nel folto degli ulivi”. Il ragazzo si disperde in un bosco di ulivi ma ritorna il giorno dopo, “all’imbrunire”. Se finora gli animali, seppur curiosi e rispettosi, si sono mantenuti alla larga dal ragazzo, nella terza parte si incominciano ad accorciare le distanze tra i due mondi, la Natura, simbolizzata dalla variegata fauna che abita o circonda la casa, e l’Uomo nella figura del giovane. Il protagonista è seduto, dopo aver mangiato un po’ di pane e un pomodoro, con “le gambe nella luce / che dalla finestra la luna stampava / a terra”. Improvvisamente “si accorse che uno scarafaggio / brutto, come per giuoco, / aveva preso a scendere e salire / di fretta dal suo piede; e un topo, / a toccare il ginocchio, / mangiava una mollica”. Sembrano annunciare, lo scarafaggio e il topo, una gioia a lungo attesa: il dono del cibo da parte di un essere umano. Ma il ragazzo è nervoso, inquieto, e impaurisce gli “animaletti confusi”. Resta un’altra notte ma non riesce a dormire, ha forse paura di essere inseguito. Gli animali, nascosti, lo spiano sempre più “interessati”. All’alba il fanciullo fa un giro intorno alla casa e poi si rinchiude fino al tramonto.

La quarta parte descrive la nascita di un rituale e il sopravvenire di un’armonia tra gli animali e il giovane. “Gli animali si erano avvezzati / ormai a questo andare e venire; / sapevano che, all’alba, / appena entrato avrebbe serrato / la porta; e che la sera / se ne sarebbe andato”. Con un andamento graduale, un ritmo lento e pacato, De Vita fa incontrare questi due mondi, e dall’incontro fa nascere una tenerezza e un dialogo silenzioso che ci parla dell’infanzia, di quel tempo in cui è ancora possibile invitare “- un colombaccio, un gufo, una cornacchia, / un assiolo, un’averla – / a posare sul dito / e sulla spalla, allungando / la mano per accarezzarli”. Il nostro protagonista, però, non vive più nell’infanzia, anzi ne è appena uscito, ha tredici anni, forse sta attraversando solo adesso il sottile confine tra mondo bambino e mondo adulto. De Vita, che non sfocia mai nel sentimentalismo ma racconta sempre la luce e l’ombra latente in ogni aspetto del reale, ci riporta dentro la disperazione del ragazzo, dentro una tristezza cui non dà nessuna motivazione ma che i suoi versi esplicitano con una semplicità disarmante.

Ma pure, si deve dire,
sembrava certi momenti che non volesse
più vedere lì attorno
nessuno: si chiudeva, mormorava
(mentre si asciugava
la fronte accalorata), e qualche volta
piangeva

La quarta parte si conclude con la fuga improvvisa del ragazzo, dopo il violento precipitarsi di un piviere dal fumaiolo. “Di fretta il ragazzo, / lasciata la casa, si disperse / fra gli alberi”. Nella quinta e ultima parte si racconta la definitiva fine di quell’armonia tra gli animali e il ragazzino, la fine di un rapporto Natura-Uomo ristabilitosi solo nel breve spazio di alcuni dei versi devitiani tra i più vicini alla fiaba. Il ragazzino non ritorna più nella casa sull’altura e noi lettori non sapremo mai dove è andato. De Vita ci racconta solo la sorte accaduta agli animali e al casolare di nuovo abbandonato, e lo fa con versi tra i più potenti e tristi di tutta la sua opera.

Gli animali,
in principio, allarmati,
l’aspettarono…
Un tormento,
ah che tormento, dopo,
che ebbero…

Nella casa “svuotata” incominciano ad aggirarsi “animali di ogni specie”, perfino un riccio “che di sicuro / aveva saputo la storia”. Molto significativo questo passaggio in cui De Vita racconta il potere dell’oralità insita in ogni narrazione. Dopo che la voce si è sparsa in giro, che la scomparsa del ragazzo è ormai definitiva, gli unici a rimanere nella casa sono i tarli: finalmente quietatisi durante le visite del piccolo umano, adesso cominciano di nuovo “a perforare, a mordere / e a lacerare, decisi, / con frenesia, testardi. / / Sembravano dei senza Cristo”. L’epilogo è tutto affidato al lavorìo distruttivo dei tarli, in un crescendo uditivo in cui il rumore impercettibile “del legno che sfarinava” diventa, in poesia, un “lamento!”. Dopo il racconto del silenzio e della lentezza di un antico rapporto ristabilitosi tra l’uomo e la natura, De Vita negli ultimi versi accelera il ritmo. In un turbinio di sensazioni ci fa ascoltare il suono impazzito dei tarli che rodono, ci fa odorare il salmastro nel vento che infuria, ci fa vedere il dolore di una casa che precipita.

E una notte
-mentre il vento infuriava
pieno di salmastro
e i tarli, lì dentro,
impazziti rodevano
e rodevano – improvviso
precipitò il tetto,
rovinarono
le mura di pietra
e fango impastato
a paglia

Polisemia di un’opera ‘aperta’

Tra tutti i racconti di Nino De Vita “La casa sull’altura” è uno dei più enigmatici, non solo per alcune atmosfere e per quel suo ‘nascosto’ legame con la fiaba, ma soprattutto dal punto di vista tematico. Sappiamo bene che ogni opera letteraria si presta a più interpretazioni ma c’è quasi sempre un argomento che prevale. Nel settore dei libri per bambini c’è poi la tendenza a pubblicare storie ‘a tema’, in cui sembra che la scrittura nasca solo dopo la scelta di una tematica precisa, e non invece per il gusto di narrare.

“La casa sull’altura” non solo non ha un tema prevalente, anche dopo iterate letture, ma offre ai bambini e ai ragazzi (e agli adulti che sanno ancora farsi stupire dal non conosciuto) un’importante opportunità di riempire i vuoti della narrazione con la loro immaginazione.

Delle tante possibili letture abbiamo scelto di darne due in particolare. La prima è quella che ha prevalso nella critica e che vede ne “La casa sull’altura” una metafora della fine del mondo contadino. È la lettura di impianto sociologico che Goffredo Fofi, per primo, ne ha dato nella sua importante postfazione all’edizione di Orecchio Acerbo. Si tratta di un’interpretazione imprescindibile che possiamo applicare a gran parte dell’opera devitiana, un’opera in cui risalta implicitamente il tema della fine del mondo contadino, un mondo legato in modo indissolubile alla lingua che lo canta: quel dialetto che ormai sta scomparendo e che De Vita ha deciso di salvare con la sua scrittura. Nella sua critica Fofi si rivolge a De Vita e all’illustratore Simone Massi come due co-autori. Sono diversi, infatti, i punti di contatto (nella biografia e nella poetica) tra i due artisti.

Nell’opera di De Vita come in quella di Massi il punto d’incontro è ulteriore, ed è amaro poiché ci parla del dopo e dal dopo. Il mondo contadino è oggi scomparso o implacabilmente disumano e mutato […] Quell’immenso mondo nel mondo, di cui Marche e Sicilia erano piccolissime e amate parti, è stato risucchiato nel vortice di una modernità che […] ha chiuso una storia millenaria e ci ha consegnati a un’epoca molto più ricca ma anche molto più precaria e incerta di quella che veniva abbandonata o tradita […] De Vita e Massi ci parlano di questo: dei campi lasciati alle erbacce, del paesaggio avvilito, della ‘casa’ perduta, dell’accordo tra uomo e natura forse definitivamente tradito. L’abbandono della campagna come crimine e lutto, il ‘dopo’, ciò che rimane (per ora) di una storia millenaria è sintetizzato mirabilmente da entrambi in una semplice, ma incalzante e drammatica, sequela di immagini più dichiarative che evocative, la cui lettura-visione ci fa l’effetto di un requiem (Fofi 2011, sp)

Ritornando alle due possibili letture della ‘fiaba oscura’ di De Vita ci sembra più suggestiva una seconda interpretazione che vede nella casa abbandonata dal ragazzino tredicenne il simbolo della fine e della perdita dell’infanzia, ma anche una potente metafora della solitudine di ogni bambino e ragazzo.

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Il ragazzino che arriva un giorno su quell’ altura e decide di rifugiarsi nella casa abbandonata sta scappando da qualcosa. Non sappiamo cosa lo spaventi ma sappiamo che è “affranto, intontito”. Ne possiamo sentire tutto lo sconforto quando lo ‘vediamo’ seduto “sui mattoni cromati”, con le gambe raccolte e “la fronte sulle ginocchia nude”. Già al primo incontro gli animali lo guardano in silenzio, con rispetto, come se volessero invitarlo a giocare, ma senza averne ancora il coraggio, forse per paura del diverso o forse per una di quelle forme di empatia di cui solo i bambini sono capaci. Vediamo in questi animali una personificazione metaforica di ogni bambino che cerca e sfugge, allo stesso tempo, l’amicizia con qualcuno diverso da lui. Il ragazzo però non è più un bambino e non è ancora un adulto, e per di più sembra affamato e molto stanco.

Gli animali pian piano iniziano una silenziosa ‘strategia’ di avvicinamento al ragazzo, come lo scarafaggio che scende e sale per gioco dal suo piede o il topo che gli tocca il ginocchio. Dopo un andare e ritornare che dura alcuni giorni, finalmente tra il ragazzo e i curiosi animali si stabilisce un’armonia: nasce un’amicizia. Loro lo aspettano ogni giorno, ‘architettano’ addirittura dei “turni di sentinella”. Lui incomincia ad affezionarsi, lasciandoli “salire sulle gambe, sul braccio”; accarezza gli uccelli che invita “a posare sul dito e sulla spalla”. Ma questa nuova armonia presto dà segni di finire. Il ragazzo, come tanti altri che stanno varcando la soglia dell’adolescenza, è irrequieto, desidera nuovamente stare solo: “si chiudeva, mormorava […] e qualche volta piangeva”. E infatti un giorno, dopo un brutto spavento, egli scappa via per non ritornare più.

In uno dei rari momenti in cui De Vita mostra compassione nei confronti dei suoi personaggi (seppur sempre nel suo caratteristico modo, velato e nascosto in poche immagini) il racconto si chiude con la tristezza lancinante delle povere bestie che non possono più giocare con quello che avevano creduto, forse, un bambino, un fratello. Ed è nel magnifico finale che la nostra interpretazione sulla fine dell’infanzia trova una forte giustificazione. È quell’immagine dei tarli che avevano smesso di rodere, finché era presente il ragazzo, ma che alla sua scomparsa ricominciano ancora più freneticamente. Il loro ‘perforare, mordere, lacerare’ è simbolo del tempo che scorre e avanza, lasciando indietro una parte di noi, una parte del ragazzo: la sua infanzia. La casa, simbolo per eccellenza di rifugio per i bambini (ma non a caso anche luogo oscuro in tante fiabe), crolla. Rimane solo il ‘fango impastato a paglia delle mura di pietra’.

La casa sull’altura di Simone Massi

“La casa sull’altura”, il capolavoro di De Vita, è illustrato da Simone Massi, considerato tra i più importanti autori del cinema d’animazione internazionale. Massi nasce a Pergola (Pesaro-Urbino) nel 1970. Ha origini contadine e per tanti anni ha lavorato in fabbrica come operaio. Ha studiato Cinema di Animazione alla Scuola d’Arte di Urbino. Artista indipendente e intransigente ha realizzato una decina di brevi film di animazione, auto-producendosi e lavorando interamente a mano su ogni disegno, facendosi conoscere in tutto il mondo e vincendo più di 200 importanti premi. Amante del cinema del regista russo Tarkovskij, Simone Massi lavora ad ogni opera con un incredibile precisione e lentezza, per arrivare quanto più vicino a un’idea di cinema poetico e puro, e del tutto personale nel panorama internazionale. Tra i suoi film più importanti, “Tengo la posizione” (2001), “Io so chi sono” (2004), “La memoria dei cani” (2006), “Dell’ammazzare il maiale” (2011), “Animo resistente” (2013). “La casa sull’altura” è il suo debutto nell’illustrazione per bambini e ragazzi, seguito da “Il topo sognatore e altri animali di paese” di Franco Arminio, pubblicato nel 2013 da Rrose Sélavy, e da “Buchettino” (2016), con testo di Chiara Guidi, e “Il Maestro” (2017), con testo di Fabrizio Silei, pubblicati entrambi da Orecchio Acerbo.

Ecco come Goffredo Fofi descrive l’incontro tra Nino De Vita e Simone Massi:

è un dialogo a distanza tra due persone che non si conoscevano, De Vita e Massi, uniti grazie a Orecchio Acerbo e a Fausta Orecchio che abbina sempre l’autore giusto dei testi e l’autore giusto per illustrare quei testi o viceversa. Un abbinamento molto riuscito, uno dei più belli che fosse possibile, per due motivi. Uno, perché c’è una sensibilità comune, nonostante siano due generazioni diverse e regioni diverse […] Appartengono a due mondi che hanno visto nel corso degli ultimi anni 50 anni una trasformazione radicale, è scomparso un mondo… (Fofi 2011, sp)

Concordiamo con Fofi sulla sensibilità comune a entrambi gli autori. Le storie animate di Massi, infatti, sono come in De Vita narrazioni che disorientano, racconti di sconfitte e perdite infantili. Simone Massi è come Nino De Vita un sublime narratore che racconta le storie ascoltate da bambino e rinsalda nella sua opera il legame memoriale con la propria infanzia. C’è poi una comune ‘marginalità’. Entrambi sono nati e vivono in due piccole realtà contadine, Cutusio e Pergola. Massi è uno dei migliori registi del cinema d’animazione internazionale ma resta ancora ai margini dell’industria cinematografica: le sue sono infatti delle auto-produzioni che non scendono mai a compromessi con le mode imposte o con i linguaggi più abusati. Come De Vita che può sembrare un corpo estraneo nella poesia italiana Simone Massi lo è nel cinema.

Ne “La casa sull’altura” queste due sensibilità così vicine trovano un definitivo dialogo e dall’unione di testo e immagini nasce uno degli albi illustrati più importanti di sempre. La peculiarità di ogni buon albo è infatti quella di un dialogo creativo tra parole e figure, un dialogo in cui nessuna parte prevale ma rimanda l’una all’altra, o in cui una (l’illustrazione) suggerisce quello che lo scrittore non ha scritto e l’altra (la scrittura) quello che l’illustratore non ha disegnato. Sull’importanza dell’indissolubile relazione fra testo e immagine Fabian Negrin nota nel panorama contemporaneo:

la scarsità di esempi veramente riusciti di questa relazione […] dove veramente parole e disegni si completano, smentiscono, compenetrano, alternano, sorprendono, disturbano anziché pedissequamente ribadirsi, ripetersi, doppiarsi o banalmente ignorarsi. Manca […] la consapevolezza che, quando si scriva un testo per un albo illustrato, questo dovrebbe essere non un racconto compiuto e finito in se stesso, ma un testo ‘aperto’, ellittico, poroso, ambiguo, così da consentire alle immagini di finire di raccontare la storia (Negrin 2015, sp)

Fausta Orecchio spiega invece l’importanza per ogni illustratore di porsi come co-autore del testo:

quando un illustratore lavora bene, quando cioè si pone rispetto al testo come autore, affronta un corpo a corpo con il racconto e, inevitabilmente, si sovrappone allo scrittore dandone un’interpretazione univoca. O, paradossalmente, lo tradisce, legandolo per sempre e implacabilmente alle proprie figure. Nei buoni libri illustrati il lettore sembrerebbe non avere più alcuna possibilità di creare da solo le proprie immagini (Orecchio 2006, sp)

Nel ‘corpo a corpo’ tra testo e immagine risalta, prima di tutto, il denso bianco e nero di Massi: il bianco in cui traspare una fioca luce che dà respiro all’oscurità e il nero, ‘graffiato’ e scultoreo, che racconta bene l’ombra latente in tutto il racconto. Il nero di Simone Massi diventa la forma per raccontare le paure dei bambini, l’’Ombra’ che essi devono prima o poi ‘attraversare’.

Come dice Livio Sossi: “[è] importante offrire ai bambini e ai giovani opere che diano forma, che ridefiniscano e costruiscano identità narrative per poter attraversare l’Ombra. Che vuol dire anche imparare a convivere con le paure” (Sossi 1998, 136).

Dopo il colore l’altro elemento principale è l’attenzione per il dettaglio, la scelta di far vedere da molto vicino gli oggetti più quotidiani della casa; i primi piani sul viso affranto del ragazzino e le diverse prospettive sugli animali, soprattutto quelle del cane, ‘personaggio’ aggiunto al racconto devitiano.

Quanta tenerezza in quegli animali che attendono, pazientemente, l’amicizia, prima, e il ritorno, poi, del ragazzino. La cura per il dettaglio deriva dal comune lavoro ossessivo sulla materia dei due autori: De Vita sulle parole, Massi sulle immagini.

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Se De Vita nel suo testo pieno di non detto “fomenta il mistero” (Ferlita 2011, sp) Massi visualizza alcuni di quei vuoti: la tristezza del ragazzo e degli animali, la solitudine, il silenzio ma resta sempre anche nelle sue immagini un vuoto interpretativo, qualcosa che ci lascia senza risposte. Massi rende bene anche quell’atmosfera sospesa tra realtà e sogno: guardando le sue ‘inquadrature’ dal taglio cinematografico non sappiamo più se stiamo vedendo un luogo realistico o soltanto immaginato, fantastico, uno spazio esterno o interiore. Sul gusto di Massi per l’immagine cinematografica (derivatogli dal suo lavoro di regista di film d’animazione) Lavinia Spalanca fa notare “la rappresentazione, di gusto cinematografico, di una natura aspra e selvaggia colta nel suo apparire in progress al lettore/spettatore. E, soprattutto, l’attitudine a dilatare e restringere il campo visivo” (Spalanca 2011, sp). Questa attitudine a dilatare e a restringere il campo visivo è uno degli elementi più presenti anche nella scrittura devitiana.

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Nella rappresentazione del giovane protagonista Massi dà il meglio: nella resa della sua solitudine, della sua afflizione, e poi nella sopraggiunta amicizia con gli animali, con quei gesti così ben espressi da De Vita che nelle grandi illustrazioni di Massi trovano, sulla doppia pagina, la resa più autentica.

Riscontriamo nell’immagine del ragazzino gli elementi migliori, secondo l’esperta Blezza Picherle, della letteratura di qualità quando rappresenta i bambini:

sono rappresentati nella loro autenticità esistenziale, in quanto possiedono un’interiorità ricca e complessa, mutevole e instabile […] trasgressivi e ribelli, ma anche dolci, sensibili e amorevoli; soggetti alla rabbia e alla collera, ma anche alla tristezza, alla melanconia, alla disperazione; disponibili all’amicizia […] bisognosi di ricevere affetto (Blezza Picherle 2007, 196)

Concludiamo le nostre riflessioni intorno all’illustrazione de “La casa sull’altura” con le parole di Fausta Orecchio, lungimirante editrice senza la quale non avremmo mai avuto, probabilmente, la possibilità di leggere le parole di Nino De Vita mentre vediamo le figure di Simone Massi:

[i]n generale, credo che un buon libro illustrato sia quello in cui testo e disegni si fondono in un rapporto d’amore (o di odio), dicendosi: non posso più fare a meno di te (Orecchio 2006, sp)

Bibliografia
Arminio, Franco. 2013. Il topo sognatore e altri animali di paese. Illustrato da Simone Massi. Tolentino (MC): Rrose Sélavy.
Benfante, Marcello. 2011. “Un piccolo capolavoro di De Vita e Massi: com’era verde la mia altura”. Lo straniero, marzo 2011.
Blezza Picherle, Silvia, cur. 2007. Raccontare ancora: La scrittura e l’editoria per ragazzi. Milano: Vita e Pensiero.
Denti, Roberto. 2011. “Dove gli animali non sono più soli”. La Stampa-Tuttolibri, 19 febbraio 2011.
De Vita, Nino. 2017. Sulità. Messina: Mesogea.
De Vita, Nino. 2011. La casa sull’altura. Illustrato da Simone Massi. Postafazione di Goffredo Fofi. Roma: Orecchio Acerbo.
De Vita, Nino. 2008. Il racconto del lombrico. Illustrato da Francesca Ghermandi. Roma: Orecchio Acerbo.
De Vita, Nino. 2006. Il cacciatore. Illustrato da Michele Ferri. Con una nota di Goffredo Fofi. Roma: Orecchio Acerbo.
De Vita, Nino. 2003. Cùntura. Messina: Mesogea.
Ferlita, Salvatore. 2011. “La casa sull’altura”. 21. Arte, Cultura, Società, giugno-agosto 2011.
Fofi, Goffredo. 2011. “Postfazione”. In: La casa sull’altura, Nino De Vita. Roma: Orecchio Acerbo.
Guidi, Chiara. 2016. Buchettino. Illustrato da Simone Massi. Roma: Orecchio Acerbo.
Negrin, Fabian. 2015. “Impasse”. Hamelin 2015 (40).
Orecchio, Fausta. 2006. “Guardare le parole, leggere le figure”. Orecchio Acerbo.  Http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.phpoption=com_content&view=article&id=57&Itemid=54.
Sossi, Livio. 1998. EL. Metafore d’infanzia: evoluzione della letteratura per ragazzi in Italia attraverso la storia di una Casa Editrice. Trieste: Einaudi Ragazzi.
Spalanca, Lavinia. 2011. “La casa sull’altura”. Il Vomere, 9 aprile 2011.
Stoppa, Alfredo. 2007. “Io scrivo, tu disegni, noi raccontiamo”. In: Raccontare ancora: La scrittura e l’editoria per ragazzi, cur. Silvia Blezza Picherle, 155-165. Milano: Vita e Pensiero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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